In modo classico si definisce cassettista colui che acquista una certa quantità di uno o più titoli, li paga, li ritira e li pone nel cassetto, e attende che i frutti attesi si maturino e possano così remunerare il capitale investito. Il cassettista compra azioni di aziende solide, con ottimi fondamentali, che distribuiscono buoni dividendi. I frutti, o meglio, gli utili o più in generale il profitto, sono di due categorie:
il dividendo, rappresentato dagli utili che l’azienda realizza e che, in tutto o in parte, distribuisce ai propri soci azionisti;
il capital gain (guadagno di capitale), rappresentato dalla differenza tra il prezzo di acquisto del titolo e quello indicato sul mercato dopo un certo periodo di tempo. Infatti un’azienda, se sana e ben amministrata, oltre che conseguire utili, deve anche crescere di valore.

Questa crescita di valore per il cassettista si traduce appunto in capital gain.
L’utile complessivo per il cassettista è dato quindi dal dividendo e dal capital gain. Da precisare però che, nella pratica corrente, l’obiettivo primario per l’investitore è dato dal capital gain, dato che il dividendo non sempre viene distribuito agli azionisti.

Quindi il cassettista acquista azioni e le detiene per un periodo di tempo lungo o lunghissimo. Ma detenere azioni, restando indifferenti alle oscillazioni del loro prezzo, presenta obiettivamente dei rischi, per i seguenti motivi:
– molto spesso, dopo alcuni anni, tendenzialmente l’azione acquistata rappresenta un’azienda diversa da quella iniziale. E’ un fatto naturale che le aziende debbano adeguarsi ad un mercato in continua evoluzione, seguire le mode, il progresso tecnologico, cambiare i beni e i servizi prodotti se questi diventano obsoleti o non incontrare più il favore del pubblico, ecc.;
– si può essere costretti a liquidare la propria posizione in caso di necessità personali o per un motivo di delisting (uscita di un’azienda dal listino di borsa), ed il risultato della vendita potrebbe essere negativo;
– si può perdere tutto il capitale in caso di fallimento dell’azienda. E’ ovvio che più si allunga il periodo di investimento, maggiori sono le probabilità che un’azienda possa fallire.

Il concetto di cassettista è definito, ma nella realtà quotidiana il successo o l’insuccesso dell’investimento dipendono da molti fattori, tra cui la scelta dei titoli e il momento dell’acquisto (stock piking e timing). Acquistare le azioni giuste nel momento giusto, in modo da diminuire il rischio. E non sempre il cassettista, che di solito è un piccolo risparmiatore, è capace di individuare questi fattori, in quanto non conosce le regole, complesse e a volte non scritte, che governano l’investimento azionario.


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Un piano di investimento viene costruito sulle caratteristiche di ogni persona, non essendo adatto per tutti gli investitori. L’insieme delle caratteristiche di chi investe compongono il “profilo dell’investitore”.

Ci sono tre aspetti che caratterizzano il profilo dell’investitore:
la tolleranza al rischio
gli obiettivi di investimento
l’orizzonte temporale.

La tolleranza al rischio rappresenta la possibilità di sopportare il rischio ed il grado di avversione al rischio stesso. Risulta essere il punto di partenza per scoprire il proprio profilo di investitore. Il rischio è incertezza, è la possibilità che l’investimento non abbia i risultati sperati. Il livello di rischio che si è in grado di sopportare è un elemento di grande importanza, e deve essere considerato prima di fare un qualsiasi investimento.
Gli investitori scelgono il grado di rischiosità dei loro portafogli innanzitutto in base ai propri orizzonti temporali, alla propria ricchezza e all’età. E’ evidente che tanto lungo è l’orizzonte temporale, tanta più elevata è la classe sociale (o la ricchezza) e tanta più bassa è l’età, tanto più alta sarà la percentuale di investimenti rischiosi che si possono fare. In linea di massima, si può dire che la tolleranza al rischio è bassa quando si è in grado di sopportare risultati negativi fino al 5%; è moderata fra il 6 ed il 15%; alta fra il 16 ed il 25%.

Accettare rischi troppo elevati, cioè rischi superiori alle proprie capacità di sopportarli, può portare a risultati negativi. Valutare adeguatamente la propria tolleranza al rischio è necessario per prevenire decisioni soprattutto in momenti di panico, e abbandonare per esempio il proprio piano di investimento nel momento peggiore.

Ai diversi livelli di rischio corrispondono diverse categorie di strumenti finanziari. Adatti ad investitori con bassa tolleranza al rischio sono ad esempio i fondi comuni monetari, i pronti contro termine, i conti di deposito, i certificati di deposito, i titoli di Stato e le obbligazioni di breve periodo. I titoli adatti ad una tolleranza al rischio moderata possono includere portafogli di titoli di Stato e obbligazioni di medio e lungo periodo, e portafogli di azioni di aziende solide che producono utili e che distribuiscono dividendi costanti. Per chi ha una tolleranza al rischio alta sono adatti i fondi comuni azionari e bilanciati, lo obbligazioni societarie e gli investimenti in borsa.


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I requisiti fondamentali ritenuti validi dai promotori e dai consulenti finanziari per consigliare ai risparmiatori un investimento in azioni o fondi comuni azionari, sono due:
– il lungo termine
– alta propensione al rischio.
Ma di recente questo approccio è stato ritenuto incompleto.

Per iniziare, per lungo termine si intende un investimento in azioni per un periodo di almeno 10 anni. Di solito, però, il periodo entro il quale i risparmiatori tendono a valutare il proprio investimento è quello annuale. Il che comporta spesso che il risparmiatore possa interrompere l’investimento stesso entro un anno o poco più, soprattutto quando il prezzo delle sue azioni è inferiore a quello di acquisto, e quindi in perdita.

In secondo luogo, individuare la propensione al rischio di un investitore è abbastanza complicato per un promotore o un consulente finanziario. I risparmiatori, infatti, dichiarano spesso di accettare il rischio influenzati dagli andamenti quotidiani dei mercati se sono positivi. Viceversa, se i mercati sono negativi, la propensione al rischio è molto bassa o negativa. L’accettazione del rischio, dunque, da parte del risparmiatore deve essere continuamente monitorata dal consulente professionalmente preparato, anche a distanza di brevi periodi di tempo, in quanto la propensione al rischio varia nel tempo.

Ma oltre ai due requisiti sopra esposti, ci sono altri fattori da tenere in considerazione.
Il primo fattore da analizzare è quello della ricchezza detenuta da un investitore: tanto essa è maggiore tanto più risulta alta la capacità di prendere rischi e quindi tanto è più disposto ad investire in Borsa.

Un’indagine condotta negli Stati Uniti ha confrontato le ricchezze degli investitori in azioni o in fondi azionari. E’ risultato che, chi ha investito almeno 500 dollari in Borsa ha una ricchezza finanziaria media di 795mila dollari, mentre chi non ha un investimento in azioni conta una ricchezza di 168mila dollari. Dunque, ha investito in Borsa non solo chi ha una più alta tolleranza al rischio, ma anche chi possiede una ricchezza finanziaria superiore di almeno 4 volte.

Se si fa riferimento ai dati statunitensi, in Italia il consulente finanziario dovrebbe valutare se il cliente è idoneo ad un investimento in azioni in base ad una ricchezza posseduta superiore ai 600mila euro, visto che, secondo i dati Banca d’Italia del 2011, la ricchezza media è pari a 132mila euro. Sono numeri fuori dalla norma che in pratica non vengono mai tenuti in considerazione né dai consulenti né dagli investitori.

Un altro fattore da valutare è il grado di sopportazione di perdita annuale, calcolata intorno al 40% (che è la perdita massima storica annuale).

Disponendo di queste informazioni, e se il cliente possiede le caratteristiche di cui sopra, il consulente può quindi proporgli un investimento in azioni.


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Oggi tutti si domandano come investire i risparmi in un momento come quello attuale. Borse che crollano, debito pubblico alle stelle, spread – differenziale tra Bund tedeschi e Btp a dieci anni – che ha raggiunto record impensabili e pericolosi (460 punti), Italia a rischio e osservata speciale sull’attuazione delle misure di risanamento e riforme da parte del Fondo Monetario Internazionale e dall’Europa, pericolo di default della Grecia, tasse che aumentano, inflazione che ha raggiunto il 3,5%. Tutti questi fattori hanno fatto crollare la fiducia, e molte certezze dei piccoli e grandi risparmiatori italiani sono venute meno.

Non è facile dare consigli, soprattutto in questo momento. Tentiamo comunque di fare ordine e di analizzare, in base ai possibili scenari futuri, le possibili soluzioni per investire i risparmi tenendo conto dei rischi e delle opportunità che offre il mercato.
Il problema attuale di fondo è quello della fiducia o meno che abbiamo dell’Italia. Se pensiamo che il nostro Paese non vada in default, cioè che non possa fallire, una grossa opportunità è fornita dai titoli di Stato, soprattutto dai Btp sulle varie scadenze (dai 3 ai 15 anni) che hanno raggiunto rendimenti lordi tra il 5 ed il 6,40%. Per scadenze più brevi sono da preferire i Bot ad un anno (3,60%) ed i Ctz a 2 anni (4,60%).
A questo proposito precisiamo che chi acquista Bot è più tranquillo di chi possiede Btp. I Bot hanno scadenza breve e le oscillazioni dei tassi sono contenute, al contrario dei Btp a lunga scadenza che subiscono pesanti oscillazioni dei prezzi, per cui, in caso di vendita anticipata, esiste il rischio di realizzare delle perdite in conto capitale.

Sono da prendere in considerazione anche i Buoni Fruttiferi Postali “BFPDiciottomesi” e “BFPDiciottomesi Plus”, ma il loro rendimento è inferiore a quello dei Bot. Comunque, in questo momento di forti oscillazioni, dovute anche alla speculazione, i titoli di Stato a breve termine sono da preferire.
Se non stiamo tranquilli con i titoli di Stato e pensiamo che l’Italia sia a forte rischio di default, abbiamo altre possibilità di impiego dei risparmi. Per cui, volendo stare alla largha dai titoli di Stato italiani, greci, spagnoli e portoghesi, si potrebbero comprare titoli pubblici tedeschi, svizzeri, olandesi o finlandesi, ma garantiscono tassi più bassi rispetto all’inflazione e alcuni di questi sono a lunga scadenza. E, in questo momento, ripetiamo, è preferibile essere prudenti e stare sul breve termine, tenendo liquidi gli investimenti almeno per una buona percentuale del proprio portafoglio.

Se non vogliamo investire in titoli di Stato perchè ritenuti “pericolosi”, a maggior raggione dobbiamo evitare le Borse, adatte in questo momento, solo ai trader e ai forti di cuore. Cosa rimane, dunque? Il conto corrente bancario o postale, ma non offrono rendimenti adeguati. Anche i pronti contro termine offrono rendimenti interessanti, ma presentano dei rischi.

Tutti siamo d’accordo sulle scadenze brevi e su investimenti “liquidi”, per cui sono da preferire i conti di deposito che le banche, a corto di liquidità ed in cerca sempre di nuovi clienti, offrono a tassi generosi, con scadenze fino ad 12 mesi, che arrivano anche al 4,5% (ottimo tasso considerando che dal prossimo gennaio la tassazione scenderà dal 27 al 20%) .

Se poi guardiamo con fiducia al futuro, possiamo fare delle scelte (in base all’età ed alla propensione al rischio) anche più lungimiranti e coraggiose sottoscrivendo, per esempio, un pac (piano di accumulo di capitale) in Fondi comuni o in Etf con una percentuale azionaria massima del 50%. E’ chiaro che occorre essere consapevoli che il lungo termine premia questo tipo di investimento in quanto soggetto ad oscillazioni, e la sistematicità e la pazienza saranno premiati dai rendimenti finali.


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La diversificazione nella composizione di un portafoglio è molto importante. Diversificare significa ridurre il rischio e premiare il risultato di un investimento perchè consente di approfittare delle opportunità che offre il mercato. A seconda del profilo di rischio e delle esigenze personali dell’investitore, il portafoglio può essere solo obbligazionario o contenere un mix di azioni e di obbligazioni. A loro volta i comparti azionari e obbligazionari dovranno essere ulteriormente diversificati.
Prendendo in esame il reddito fisso, occorre decidere su quali strumenti posizionarsi. Si può investire in singole obbligazioni, in Fondi comuni di investimento o in Etf (Exchange traded fund).

A questo proposito dobbiamo considerare due elementi sostanziali: la diversificazione e la duration.
I Fondi comuni e gli Etf sono composti da un gran numero di obbligazioni, per cui il vantaggio di un portafoglio diversificato è quello di diminuire il rischio, che quindi nel risparmio gestito è molto contenuto rispetto alla singola obbligazione. In sostanza un solo titolo potrebbe dare risultati negativi, detenere più titoli in un paniere significa invece che se qualcuno di questi va male, ce ne sono tanti altri che vanno bene e compensano positivamente.

Molto importante e fondamentale è la duration, che è un parametro espresso in anni, con il quale viene calcolata l’intensità di oscillazione del prezzo di una obbligazione rispetto ai movimenti dei tassi di interesse. Il rialzo dei tassi comporta un ribasso dei prezzi delle obbligazioni, e viceversa. Più è alta la duration, più i prezzi oscillano e dunque il rischio è più alto.
Chi compra però obbligazioni con una duration alta e li tiene fino alla scadenza, non risente delle oscillazioni dei tassi e dei prezzi, perchè conosce il rendimento, ed alla scadenza riceverà il capitale investito (salvo fallimento dell’emittente). I fondi comuni obbligazionari e gli Etf (non monetari) risentono invece delle oscillazioni dei tassi, ed il loro rendimento è influenzato di conseguenza dal variare dei prezzi dei singoli titoli presenti. Se in un fondo comune obbligazionario la duration è alta ed i tassi aumentano, i prezzi delle obbligazioni presenti nel fondo diminuiscono e se gli investitori chiedono il rimborso vanno incontro a delle perdite anche consistenti.

Dunque, in momenti di rialzo dei tassi è preferibile investire in obbligazioni, Fondi comuni o Etf con duration bassa, in quanto i prezzi scendono in maniera molto contenuta rispetto agli strumenti che hanno duration alta. Invece, in previsione di riduzione dei tassi, è meglio investire in titoli con la duration alta, perchè alzandosi i prezzi è possibile realizzare buoni guadagni in conto capitale.
In definitiva, in un portafoglio a reddito fisso è consigliabile diversificare in Fondi comuni ed Etf per una percentuale intorno al 20-30%, mentre per la parte rimanente investire in singole obbligazioni. Il tutto tenendo conto della situazione dei tassi, della duration e delle esigenze temporali dell’investitore.


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